2 – Sovranità e indipendenza

di Prof. Alberto Aubert – Università degli Studi Roma Tre

Possiamo definire la sovranità come un potere di decisione. In questo senso generalissimo la sovranità si fonda su una relazione gerarchica tra i soggetti che la detengono e i destinatari delle decisioni. Non si dà dunque sovranità senza una relazione: la sovranità è un rapporto; e come in ogni rapporto il soggetto che decide ed esprime un comando deve essere accettato – ossia percepito come legittimo – da chi lo riceve affinché il comando divenga efficace. Sovranità e legittimazione stanno dunque in un nesso strettissimo l’una con l’altra. Storicamente tale legittimazione è stata fondata “dall’alto”, sulla trascendenza divina (nelle monarchie europee d’antico regime si è re per grazia di Dio) oppure “dal basso”, dal consenso partecipativo, più o meno esteso, dei cittadini (così nel modello repubblicano).

E’ con la Rivoluzione francese che il criterio di legittimazione della sovranità viene definitivamente ribaltato in una direzione non più teologico-politica: il potere sovrano non è più basato sulla grazia divina ma sul popolo. E giacché il popolo si definisce in base ad un territorio nasce contemporaneamente il concetto di Stato-nazione: la sovranità legittima è quella detenuta dal popolo-nazione francese. Conseguenzialmente si afferma il primato della legge universale e astratta (Stato di diritto) e della costituzione, la cui legittimità si fonda sulla contrapposizione al potere arbitrario del re, giudicato irrazionale e fonte di disordine rispetto all’ordine razionale e egalitario sancito dall’universalità del diritto.

Lo Stato-nazione costituzionale è sostanzialmente rimasto tra Otto e Novecento l’epicentro della sovranità, imputando a sé un potere assoluto garantito dal diritto. Causa, al contempo, delle immani tragedie delle guerre mondiali novecentesche e dei totalitarismi europei, gli Stati nazionali dal secondo dopoguerra hanno incentrato l’esercizio della decisione sovrana attorno alla negoziazione dei livelli di distribuzione del reddito, in corrispondenza con l’attuazione delle politiche keynesiane e neokeynesiane e del welfare.

Quando questo modello è entrato in crisi a causa dei processi di internazionalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, nonché della rivoluzione informatica – ciò che si è avvezzi definire globalizzazione, le cui origini tuttavia risalgono almeno al XVI secolo –, la sovranità si è di fatto necessariamente sganciata dalla legittimazione popolare e nazionale. Inevitabilmente si è opacizzata la funzione legislativa, in quanto produzione di norme universali tipiche dello Stato di diritto, a fronte della nascita e dello sviluppo di soggetti, interni ed esterni alle singole realtà statali, rivendicanti o de facto operanti con strutture e su ambiti palesemente intangibili da quelle norme.

Si è così progressivamente indebolita la stessa tradizionale forma costituzionale degli Stati e contemporaneamente, almeno in apparenza, l’idea stessa che la sovranità consista, come il termine indica, in uno “star sopra”, un sovra-stare, idea via via sostituita dal concetto di un esercizio del potere sovrano basato sulla connettività e sulla deterritorializzazione.

In Europa la risposta alla crisi è stata l’accelerazione di questi processi con la costante e inesorabile espropriazione a favore della UE delle funzioni sovrane degli Stati, da quella monetaria a quelle (in buona misura) legislativa e giudiziaria a quella (già realizzata dopo la II guerra mondiale) militare. Questo processo non è passato attraverso un patto costituente che desse vita ad una costituzione sovranazionale, ma si è attuato mediante politiche gestite dalle élites di governo. Allo stesso tempo si è transitati, nella gestione delle politiche interne, verso quel modello di governance nel quale, più che la legalità della norma astratta propria dello Stato-nazione, conta la sua effettività, che si è immaginata raggiungibile tramite la creazione di dispositivi giuridici pragmaticamente elastici, plurali, plastici, differenziati, puntuali.

Anche il modello della governance si è tuttavia dimostrato inadeguato e inefficace di fronte alla crisi profonda della sovranità, incapace ormai di rendersi egemone e prevalente rispetto ad altri tipi di legittimazione sociale. La stessa concezione della sovranità come rapporto verticale e gerarchico si è frantumata, e con essa l’idea di un potere decisionale unitario scaturente da negoziazioni pattizie tra i soggetti sociali. Le tecniche di management tipiche della governance si sono piuttosto rivelate come tentativi di gestione ed adattamento dei rapporti sociali al dominio del libero mercato, entro cui si sono coagulate quote reali ed essenziali di esercizio del comando sovrano; e quest’ultimo si è paradossalmente estrinsecato tramite l’implementazione degli interventi sovranazionali “dall’alto”, tesi a smantellare i compiti tradizionali degli Stati, in un’accezione volontaristica e decisionistica in palese contraddizione con gli assunti ideologici del liberismo, che di per sé prevedono una drastica destrutturazione della vocazione “interventista” statale a favore dell’”ordine spontaneo” della società.

“Dispersa” e molteplice, deterritorializzata e distribuita a diversi livelli – in parte ancora agli Stati-nazione, in parte più ampia e decisiva ad organi sovranazionali come quelli della UE, in parte ad entità economiche come le multinazionali e i mercati – la sovranità deve dunque essere radicalmente ripensata in una direzione che, rifondando il concetto di démos, di popolo, in un ambito non più asfitticamente nazionale, restituisca significato e spessore politico ed istituzionale al consenso partecipativo e consenta al contempo l’efficacia della decisione.

#ObiettivoEsteriTour ha approfondito questo tema a Napoli. Con me Carlo Sibilia e Valeria Ciarambino. Ecco il video integrale:

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