9 – Risoluzione dei conflitti in Medio Oriente

di Mostafa El Ayoubi – Giornalista e analista su Medio Oriente

Nella geografia politica internazionale il Medio Oriente (e il mondo arabo in generale) costituisce un’area molto strategica per le grandi potenze mondiali. Ciò influisce molto sulla sua stabilità sociale e politica. In effetti diversi Paesi arabi sono afflitti da guerre e conflitti drammatici le cui conseguenze vanno oltre i confini di questa regione e raggiungono persino l’Europa, la quale ha sempre avuto con il Medio Oriente un rapporto asimmetrico basato su logiche coloniali. Tra queste conseguenze vi sono i fenomeni del terrorismo e dell’immigrazione forzata.

Le cause della grave crisi permanente di instabilità che affligge il mondo arabo sono da attribuire a fattori sia interni che esterni, tra di loro interconnessi.
I fattori interni sono legati ai conflitti tribali e religiosi: la frammentazione territoriale dovuta alla rivalità tribale tra gruppi etnici che esercitano una grande influenza sullo Stato centrale; le avversioni e le divergenze confessionali che a volte sfociano in scontri violenti, in un contesto molto sensibile dove sono nate le tre religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islam).

Inoltre la precarietà in cui è immersa questa regione ha a che fare con un sistema di governo a dir poco inadeguato agli standard universali, che genera ingiustizia sociale, corruzione e violenza: il regime politico dittatoriale ha dominato e continua a dominare gran parte del mondo arabo.
Le cause esterne sono riconducibili alle politiche coloniali e neocoloniali delle grandi potenze occidentali che di fatto hanno alimentato l’instabilità del Medio Oriente. Per esercitare la loro egemonia sulla regione, Paesi come la Francia, l’Inghilterra e gli Usa hanno sempre fomentato gli scontri etnici e confessionali e condizionato la vita politica e istituzionale di gran parte dei Paesi arabi, rendendo questi ultimi fragili e frammentati e quindi facili da gestire. Lo scopo è sempre stato quello di proteggere e sviluppare i propri interessi geopolitici, militari ed economici.

La regione è ricca di materie prime (gas e petrolio).

Mettere le mani su queste risorse significa controllarne la produzione e i canali di commercializzazione e imporre le proprie regole in materia economica e finanziaria a livello mondiale. Ed è quello che gli Usa stanno facendo da decenni e in modo ancor più aggressivo per cercare di ostacolare lo sviluppo economico di Paesi come la Cina e la Russia. Dal punto di vista militare, avere un’egemonia totale sulla Regione significa porre le proprie basi militari in Stati-fantoccio e ciò consente loro di posizionarsi alle porte dei loro avversari regionali e internazionali per ostacolare la loro crescente influenza geopolitica, che rischia di mettere in forte discussione l’attuale sistema unipolare monopolizzato dagli Stati Uniti.

Nella Regione vi sono Paesi fuori dalla zona d’influenza degli Usa/Nato ovvero la Libia, la Siria, l’Iraq (in un certo modo) e soprattutto l’Iran, i quali costituiscono un ostacolo alle loro politiche di egemonia.
La destabilizzazione politica, economica e sociale di questi Paesi è lo strumento principale per superare tale ostacolo. Basta ricordare la guerra per procura contro l’Iran nel 1980, la “Rivoluzione colorata” abortita del 2009, le sanzioni economiche, la propaganda mediatica permanente nei confronti di questo Paese non “addomesticabile”. E in questa logica si inserisce l’aggressione militare della Nato contro la Libia nel 2011 e la guerra per procura – affidata a governi arabi (le monarchie del Golfo) e islamici (la Turchia) – nei confronti della Siria iniziata nello stesso anno e che dura tuttora con effetti devastanti: centinaia di migliaia di morti e otre 10 milioni tra sfollati e profughi.

Le conseguenze di queste geostrategie neocoloniali degli Usa e dei loro alleati europei hanno distrutto interi stati e consentito all’estremismo religioso e al suo braccio armato, il terrorismo, di diffondersi in maniera capillare nel mondo arabo, in Africa e anche in Europa, i cui governi hanno in qualche modo consentito ai jihadisti “europei” di andare a combattere in Siria con la speranza di far cadere il governo di Damasco.
Oltre ad alimentare il terrorismo che oggi serpeggia tra le vie di molte capitali europee – e che colpisce di tanto in tanto causando morte e fobia – la politica del “Caos costruttivo” in Medio Oriente/Nord Africa, messo in atto da Washington per rimodellare il mondo arabo in funzione dei nuovi posizionamenti strategici mondiali, ha avuto come effetto collaterale non di poco conto l’immigrazione forzata verso l’Europa: oltre un milione di profughi nel 2015, in gran parte siriani ma anche iracheni e afghani, tutti cittadini di Paesi in cui l’Europa è coinvolta militarmente…

La guerra diretta o per procura contro diversi Paesi arabi, in cui l’Europa si è fatta trascinare per calcoli neocoloniali, sta avendo delle conseguenze molto negative sulla stabilità politica e sociale della stessa Europa. Gli attacchi terroristici in diverse città europee e le ondate di migrazione hanno creato un clima di insicurezza, paura e odio, favorendo così l’ascesa politica di fazioni nazionaliste e reazionarie che rischiano di riportare l’Europa ai tempi bui della sua storia non tanto lontana.

Per uscire da questa impasse l’Europa dovrà rivedere seriamente la sua politica internazionale e in particolar modo i suo rapporti con il mondo arabo e l’Africa. Le monarchie del Golfo sono i principali acquirenti delle armi fabbricate in Europa. L’Arabia Saudita e il Qatar, come ormai è risaputo, sostengono i gruppi armati jihadisti e forniscono loro denaro e armi. Queste armi sono di fabbricazione francese, tedesca, britannica e anche italiana. Come si può sconfiggere Al Qaeda e le sue derivate Al Nusra, Daesh ecc e nello stesso tempo fare affari con Paesi in combutta con il terrorismo?

In diversi conflitti in Africa, come quello nel Congo (con milioni di morti), c’è la mano invisibile dell’Occidente e delle sue multinazionali, che saccheggiano le ricchezze di questo continente provocando morte, povertà e miseria, le quali poi costringono molti africani a bussare alle porte dell’Europa con ogni mezzo e spesso sfidando la morte.

Come si possono rubare le risorse di questa gente impoverendola e pretendere poi che rimanga a casa propria?
La logica miope del “Business first” sta avendo gravi effetti collaterali sulla stabilità e la sicurezza dell’Europa: terrorismo, flussi migratori incontrollabili. L’uscita della Gran Bretagna dall’Ue è un sintomo della degenerazione che questa logica sta producendo.

Per uscire da questa situazione, i Paesi europei (Italia in primis) dovranno abbandonare tale logica puramente liberista e intraprendere la strada della collaborazione con il mondo arabo, rivolgendo lo sguardo verso il Mediterraneo con un approccio politico e culturale inclusivo, basato su uno scambio equo e di mutuo interesse e non su un rapporto di subordinazione come ancora accade oggi.
La prosperità di tutto il Mediterraneo potrebbe contribuire a porre rimedio all’instabilità nel Medio Oriente e di conseguenza attenuare l’incertezza e l’insicurezza in cui vive l’Europa oggi.

#ObiettivoEsteriTour ha approfondito questo punto oggi a Reggio Emilia. Ecco il video integrale:

 

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