Mosse Saudite

Il comportamento interno e internazionale dell’Arabia Saudita desta preoccupazioni sempre maggiori e dovrebbe spingere coloro che hanno ricoperto il regime di armi, come l’Italia sotto la guida di Renzi e Gentiloni, ad intervenire immediatamente facendo pressioni all’ “alleato” affinché cambi direzione.

Dalla morte del Re saudita Abdullah nel 2015, il suo successore Salman aveva iniziato una prima epurazione, in piena guerra tra clan, per spianare il terreno al figlio Mohammed che, di fatto, da giugno è diventato il primo erede al trono. Da sabato 4 novembre è iniziata una seconda massiccia epurazione: 11 Principi e 4 Ministri sono stati assegnati a residenza sorvegliata. L’operazione ha travolto oltre un migliaio di personaggi della cricchia del palazzo ma legati agli altri clan. Poco pubblicizzato è stato anche l’incidente in elicottero che ha ucciso esponenti importanti del clan Mohamed, in particolare il figlio dell’ex candidato al trono, Moukrine.

Non si tratta solo di una guerra tra clan, ciò che accade in questa regione ha risvolti internazionali molto preoccupanti.

Parallelamente alle epurazioni, infatti, con un gesto davvero incredibile per le relazioni internazionali, il Primo Ministro libanese Saʿd al-Dīn Ḥarīrī, molto vicino ai sauditi, si è dimesso dal suo incarico annunciandolo in diretta su al-Jadeed, durante la sua visita di stato in Arabia Saudita.
Ḥarīrī ha motivato la sua decisione attaccando l’Iran e dicendo di temere che qualcuno voglia ucciderlo come avvenne con suo padre nel 2005.

Il tentativo dell’Arabia Saudita è quello di destabilizzare il Libano, Paese fondamentale nella lotta al terrorismo in Siria e Iraq, che, grazie all’elezione del Presidente e generale Michel Aoun, ha trovato un compromesso nel 2016 tra la parte cristiana maronita e gli Hezbollah di Nasralah.

Altro risvolto internazionale riguarda chiaramente lo Yemen. Dopo il massacro in corso dal 2014, l’Arabia Saudita non solo non è avanzata di un solo centimetro sul terreno ma si è macchiata di indicibili crimini contro l’umanità e crimini di guerra contro una popolazione ormai allo stremo. La decisione di bombardare lo Yemen fu presa dall’erede al trono Salman, ma fu molto criticata dalle altre fazioni di potere.

La vera ossessione della Casa regnante è comunque l’Iran e il suo sempre maggior potere assunto in Medio Oriente dopo la vittoria in Siria. Non a caso Mohammed Bin Salman ha accusato Teheran di un presunto lancio di missili dai ribelli Houthi verso Riad fino a minacciare una ritorsione bellica. Siamo di fronte a scenari che richiedono un’immediata presa di posizione dell’Italia.

L’atteggiamento saudita si spiega, infatti, con l’ennesimo messaggio sbagliato che gli Stati Uniti hanno dato al Medio Oriente con le dichiarazioni sull’abbandono dell’accordo nucleare iraniano, fonte di stabilità per l’area. Questo potrebbe aver dato impulso alla leadership saudita di accelerare per spingere gli Stati Uniti a quella guerra contro l’Iran che anche Israele chiede da tempo.

Possiamo sperare che Stati Uniti e Russia esercitino la loro influenza sugli attori regionali per abbassare la tensione militare ma noi non possiamo stare a guardare, e qui che deve intervenire l’Italia. Lo deve fare perché dopo aver perso tutti gli interessi in Libia, Siria e Iraq per guerre depredatorie (volute da altri) non si può permettere che anche il Libano venga distrutto ma, soprattutto, perché Gentiloni, come ho ribadito in Aula recentemente, ha il dovere di far comprendere all’alleato statunitense l’urgente necessità di ritrattare sulle parole espresse sull’accordo con l’Iran.
Oltre alle parole, però, servono azioni concrete, perché la crisi si avvia verso una fase molto delicata, con i sauditi che dopo aver finanziato, supportato e armato i terroristi che hanno devastato Iraq e Siria, si preparano a colpire anche l’Iran direttamente o indirettamente attraverso il Libano.
L’Italia, dal punto di vista etico e strategico (visti gli enormi interessi nazionali da tutelare nel Paese), deve agire prima di ritrovarsi di fronte ad una nuova Siria o un nuovo Iraq.

#ObiettivoEsteri

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