L’era della connettività

Basta leggere le motivazioni di chiunque abbia speso una parola per il caos catalano per rendersi conto che tutti hanno ragione e, quindi, tutti torto.
C’è chi sostiene il diritto all’integrità territoriale della Spagna.
C’è chi ribadisce il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano.
C’è chi teme il rischio di un effetto domino nel continente europeo.
C’è chi sostiene che non esista una via alternativa alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza visto che non esiste possibilità di dialogo col Governo di Madrid e nemmeno, senza la sua autorizzazione, uno strumento costituzionale per chiedere l’indipendenza.

Ciò che nessuno considera, però, è molto più profondo e storicamente radicato e include una riflessione necessaria sulle tendenze globali.
Gran parte del mondo, per come noi lo conosciamo, è frutto di unioni e divisioni fatte con matita e righello su carte geografiche post-colonialiste o post-impero. In nessun caso, o quasi, si è preso in considerazione il dato più importante ovvero l’identità dei popoli che abitavano quelle aree e ciò ha comportato massacri, pulizie etniche e guerre civili che perdurano tutt’ora.
Da Oriente a Occidente la storia è la stessa: Paesi cosiddetti “Stan”, Iraq, Iran, Siria, Israele, Palestina, Libia, Siria, Sahara Occidentale e a seguire tutta l’Africa nera, Italia, Spagna e Centro America.
Ognuna di queste realtà ha una, più o meno forte, presenza di moti indipendentisti o autonomisti che si scontrano con la necessità statuale di mantenere un’integrità territoriale faticosamente ottenuta in secoli di guerre e sangue.
Il dato più importante comunque non è storico ma attuale: le società stanno andando naturalmente verso una decentralizzazione sempre maggiore.
La globalizzazione sta trasformando le nostre società da statuali a fluide e si parla sempre di più di flussi di persone, capitali, informazioni e servizi piuttosto che di confini e beni immobili.

In soldoni, multinazionali, compagnie aeree, internet e sviluppo tecnologico stanno smantellando, giorno dopo giorno, schemi e apparati istituzionali.
Come afferma chiaramente lo stratega geopolitico indiano Parag Khanna, nel suo saggio “Connectography”, siamo entrati, di fatto, nell’Era della Connettività.
I confini territoriali sono già scomparsi de facto per far spazio all’interconnessione tra megalopoli paragonabili alle vecchie città-stato e nuove regioni autonome.
Qualche dato per comprendere questa affermazione:
– più di dieci città nel mondo producono, da sole, circa l’80% del PIL della nazione di cui fanno parte;
– quasi tutte le megalopoli nel mondo hanno un interscambio commerciale e sociale maggiore tra esse che con la somma delle città a esse geograficamente prossime;
– sono 35 gli Stati nati tra il 1980 e oggi.

Cosa dimostra tutto questo? Che non c’è alcun senso nel voler cristallizzare una situazione che tende a essere fluida per natura e, laddove si è concesso di scegliere del proprio destino, si è sempre raggiunto il ragguardevole risultato di dirimere le tensioni sociali (persino interrompere guerre civili) e rilanciare l’economia di intere aree che, fino ad allora, vivevano sotto il giogo del controllo esterno.
Nei prossimi decenni assisteremo con crescente regolarità a crisi come quella catalana e dovremo solo scegliere se lasciarci guidare dagli eventi, trasformandoli in tragedie fatte di manganelli e violenza sulla popolazione inerme, o anticiparli e garantire al popolo gli strumenti migliori di autodeterminazione.
Sto sostenendo che dovremmo sciogliere Stati e mandare all’aria secoli di storia? Assolutamente no, ma la soluzione risiede nella capacità politica di anticipare il futuro e tenere sempre a mente che il popolo è sovrano e va rispettato. Costi quel che costi. Di questo non dobbiamo dimenticarci mai.

#ObiettivoEsteri

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