La crisi dei rifugiati in Giordania

Proviamo ad allargare lo sguardo sulla situazione dei rifugiati nei Paesi esterni all’Unione Europea per capire quanto grave davvero sia la crisi del Medio Oriente.
La Giordania (dove mi trovo per una riunione della commissione Migranti del Consiglio d’Europa) ospita ad oggi oltre 3 milioni e mezzo di rifugiati.
Un numero enorme specialmente se rapportato alla demografia di questo Paese che conta appena 10 milioni di abitanti. Parliamo, quindi, del 36% della popolazione per un costo di quasi il 10% del prodotto interno lordo giordano. Giusto per intenderci, l’Italia, a fronte di 60 milioni di abitanti, ospita circa 150.000 rifugiati.
E gli altri Paesi intorno alla Siria?
La Turchia ospita anch’essa circa 3 milioni e mezzo di rifugiati ma a fronte di ben 80 milioni di abitanti (il 4%) e il Libano 1 milione e mezzo di rifugiati ma a fronte di soli 6 milioni di abitanti (il 23%).
Da dove vengono tutti questi rifugiati?
La stragrande maggioranza sono palestinesi, rifugiati per la seconda volta essendo scappati dalla Siria dove risiedevano in campi come Yarmouk, dove erano arrivati dopo il conflitto con Israele del 1948. Gli altri per lo più siriani, iracheni e yemeniti.
Perché vi racconto questi numeri? Per creare la consapevolezza che per quanto grande possa essere la nostra percezione del problema, è quasi impossibile renderci davvero conto dell’entità del dramma che certe popolazioni stanno vivendo per colpa, spesso, delle nostre politiche scellerate. La crisi dei rifugiati in Giordania è esplosa nel 2011, anno in cui la Francia di Sarkozy decise unilateralmente di bombardare la Libia di Gheddafi e “liberarla dal dittatore”, consegnandola però ad una guerra civile che perdura ancora oggi. A questa crisi si è aggiunta quella siriana, una guerra per procura dove si giocano gli interessi geostrategici di Russia, USA, Iran, Arabia Saudita e le 4 grandi potenze europee. Andando ancora indietro troviamo i palestinesi, cacciati e mai più riammessi nel loro Paese con la complicità degli Stati Uniti d’America in chiave d’alleanza con Israele. Stando sul presente abbiamo l’Arabia Saudita (nostro partner) che bombarda lo Yemen da anni e la Turchia (membro NATO) che invade la Siria curda a nord.
Ecco perché, quando parliamo di risposta alle crisi migratorie, raccontiamo le nostre soluzioni di breve e medio periodo ma, soprattutto, quelle di lungo periodo che passano per una stabilizzazione del Medio Oriente attraverso un processo di pace basato sugli interessi dei popoli e non delle multinazionali. Parliamo di cooperazione allo sviluppo e stop alle ingerenze straniere. Solo così potremo cambiare rotta, con una grande responsabilità sociale.

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