Il complice silenzio di Aung San Suu Kyi

Ci sono popoli, storie e crimini nella politica internazionale che non trovano mai il giusto spazio sulle pagine di quei giornali che dovrebbero filtrare i fatti, in modo responsabile, all’opinione pubblica.
Dopo aver dato, ad esempio, pochissimo (praticamente nessuno) risalto all’eccidio in Yemen che sta compiendo il miglior alleato di Gentiloni e Alfano, l’Arabia Saudita, i media nostrani sembrano molto distratti anche su un altro dramma umanitario in corso in queste settimane: quello dei rohingya in Myanmar.
Eppure i dati sono sconcertanti. Nella provincia occidentale birmana di Rakhine la situazione è da catalogare al livello di catastrofe umanitaria.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, da agosto ad oggi, a causa degli scontri tra esercito birmano e gruppi ribelli che appartengono alla minoranza, oltre 600mila persone di etnia rohingya sono fuggite dal Myanmar e, più in generale, quasi 1.2 milioni di rohingya hanno bisogno di aiuto. Di queste, 720.000 sono bambini.
Non c’è molta differenza rispetto al famigerato Ruanda: allora le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, corrispondenti a circa il 20% della popolazione, anche se le violenze finirono per coinvolgere gli Hutu moderati. Anche in questo caso, come allora, si può parlare di genocidio.
Nella storia di questo Paese le tensioni etniche non sono una novità: appena due mesi dopo l’indipendenza nel 1948, il primo ministro U Nu ha dovuto fronteggiare due rivolte che hanno portato il Paese sull’orlo del collasso. Da allora, il Myanmar convive con le insurrezioni etniche – negli anni ’90 se ne registrarono addirittura 40 – ed i tentativi di mediazione per trovare una soluzione di pace duratura con le minoranze – in particolare quelle di U Nu negli anni ’50 sia con i Karen che con i Shan – sono stati spesso il pretesto della deposizione dell’uomo al potere. Nel 1967, la folla attaccò gli uffici governativi di Sittwe, capitale della provincia di Rakhine, primo atto della violenza tra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana locale dei rohingya.
Ma chi sono i rohingya? Minoranza di religione musulmana con origini nel Bangladesh, con una popolazione di circa un milione di abitanti, i rohingya hanno sempre accusato il governo centrale di perseguire una politica discriminatoria nei loro confronti. Il Myanmar non li riconosce come una delle 135 minoranze etniche presenti nel paese e per questo non gli ha mai garantito la cittadinanza.
Nonostante la stragrande maggioranza della comunità sia nata in Myanmar, il resto della popolazione (circa tre milioni di religione buddista) li considera come intrusi. In un rapporto pubblicato nel 2012, Human Rights Watch aveva sottolineato come le leggi del Paese discriminino enormemente i rohingya, in particolare per quel che riguarda la libertà di circolazione ed i diritti di proprietà. La terra dove vivono può essere loro espropriata in qualunque momento.
L’ambiguo comportamento del governo centrale e l’ennesima dimostrazione di impotenza della Comunità Internazionale, rendono la questione delle discriminazioni e delle violenze contro questa comunità senza soluzione apparente.
La Birmania, però, è terra di un Premio Nobel per la Pace dal quale la comunità internazionale si sarebbe aspettata una reazione molto differente. A dirla tutta, Aung San Suu Kyi, non è solo un Premio Nobel per la Pace bensì il Consigliere di Stato della Birmania, il Ministro degli Affari Esteri e il Ministro dell’Ufficio del Presidente. Avrebbe quindi tutte le carte in regole per difendere i rohingya.
E invece Aung San Suu Kyi, portata in trionfo come una campionessa dei diritti umani, sulla questione sta facendo peggio della giunta militare del passato. Il suo governo ha incredibilmente annunciato che non prenderà provvedimenti e ha proibito alle organizzazioni umanitarie di soccorrere i 120mila rohingya che vivono nei campi profughi nel centro del Rakhine.
È fondamentale che l’Unione Europea si attivi perché vengano bloccate tutte le commissioni di armi al Myanmar dei Paesi membri, che una commissione indipendente delle Nazioni Unite possa fare un rapporto dettagliato della situazione nei campi profughi e si faccia pressione reale e credibile a Suu Kyi per la creazione di immediati corridoi umanitari in soccorso alla popolazione.
Sarebbe davvero triste annoverare la birmana “Compagna Onoraria dell’Ordine dell’Australia”, “Medaglia d’oro del Congresso”, “Medaglia Presidenziale della Libertà”, “Premio Nobel per la Pace”, “Cittadina Onoraria di Roma, Parma e Bologna” nonché “Laurea Honoris Causa in Filosofia”, tra i falsi miti del XXI secolo.

#ObiettivoEsteri

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